La Tigre nella scatola

Siete Sciemtologist Indipendenti ? Ohmmmmmmmm Oohhmmmmmmmm

In questa Parabola, nella sua semplicità’ estrema, ho trovato tanta di quella saggezza da spingermi ogni volta ad osservare la vita sempre da più’ in alto, come se fossi esterno dal gioco e dalle sue regole.

In questo modo, spesso e volentieri, riesco a staccarmi dall’essere coinvolto nel grande gioco della vita, ed osservo come realmente funziona questo universo.

Buona Lettura !

Franz

La parabola è un racconto breve il cui scopo è spiegare un concetto difficile con uno più semplice o dare un insegnamento morale. Come anche il termine parola, etimologicamente deriva dal latino parabola (confronto, similitudine), che a sua volta proveniva dal greco parabolé (confronto, allegoria). Il sostantivo derivava dal verbo parabállein, che significava mettere di fianco, confrontare. Parabállein proviene, a sua volta, da pará (di fianco) e bállein (lanciare). Da bállein, infatti, deriva la parola balistica.

La parabola è un genere letterario reso famoso dall’uso che è stato fatto nei Vangeli con le parabole di Gesù. In realtà quelle dei Vangeli a volte non sono parabole ma allegorie o un miscuglio dei due generi letterari.

Lo specifico del genere parabola è che introduce un esempio che vuole illuminare la realtà specificata, con un unico punto di contatto tra l’immagine e la realtà. In ciò si differenzia dall’allegoria, dove i punti di contatto tra l’immagine e la realtà sono molti o addirittura tutti.

Una parabola di: Michel Moore

Mentre stava procedendo a forte velocità oltre, l’osservatore vide con la coda dell’occhio una scatola brillante in lontananza. Si avvicinò per dare una occhiata. L’osservatore guardò dentro alla scatola. Dentro c’erano tre tigri. La scatola non era molto grande e le tre tigri sembrava stessero cercando una via d’uscita.

La tigre più grossa si chiamava Frank. Per come sono le tigri, Frank era un esemplare di tigre maestoso e massiccio. Intelligente, con esperienza, e sapeva tutto ciò che una tigre doveva sapere. La tigre più vicina era una femmina chiamata Susan. Non era molto grossa ma non di meno era un esemplare magnifico ed esuberante. Anche Susan aveva molta esperienza nella vita da tigre.

La più piccola era una tigre chiamata Eddie. Era una vecchia tigre, e sembrava mangiucchiata dalle cimici. Non era grossa come le altre, e nemmeno tanto esperta benché fosse un compagno determinato e che aveva un occhio sempre rivolto all’ovvio e un punto di vista molto pan-determinato.

C’è una via d’uscita?

L’osservatore guardò con curioso interesse. Le tre tigri si aggiravano nella scatola cercando una via d’uscita. Sapevano che ci doveva essere una via d’uscita ed erano pronte ad usare tutta la loro esperienza per scoprirla. Possedevano una tecnologia che avrebbero potuto usare per rompere la scatola ed uscire a vedere le meraviglie che immaginavano trovarsi al di fuori della scatola, sempre se avessero trovato il punto debole della scatola. L’idea che se avessero messo assieme le loro forze, la loro conoscenza ed esperienza, le loro risorse, lavorando assieme ce l’avrebbero fatta ad uscire dalla scatola. Uno degli angoli sembrava più debole degli altri.

Combattiamo

Un osso venne scoperto all’improvviso dentro alla scatola. Frank e Susan guardarono l’osso. Eddie continuò ad ispezionare l’angolo che sembrava più sottile degli altri. “Forse possiamo sfruttare questo punto debole per uscire” pensò. Iniziò con cura ad ispezionare quell’angolo, non badando agli altri rumori.

L’attenzione di Eddie venne di colpo riportata su Susan e Frank. Stavano litigando. Ognuno di loro diceva che l’osso era suo. Entrambi avevano fame, infatti tutte le tigri hanno fame.

“Sentite ragazzi, concentriamoci sull’uscire dalla scatola.” Disse Eddie e girò l’attenzione sul problema dell’angolo debole.

Frank e Susan non lo ascoltarono. Continuarono a litigare e non sentivano nemmeno le loro voci.

Girano intorno a lungo dentro la piccola scatola. Tutti i pensieri di uscire erano dimenticati. La tensione si fece spessa, ora stavano urlando una contro l’altro.

“Ragazzi, ragazzi,” Protestò Eddie, “Concentriamoci sul nostro scopo. Possiamo uscire da qui”, disse. Entrambi si girarono a guardarla. Frank disse a Eddie, “Susan ha torto, quello era il mio osso. Io l’ho trovato per primo. Aiutami e potremo dividere questo osso tra noi. Susan non potrà combattere contro noi due,” “No, No! Urlò Susan, “Stai con me. Questo è il mio osso. Frank mente, io l’ho visto prima.”

“Hey ragazzi,” disse Eddie, “Se usciamo da questa scatola ci saranno ossi per tutti!”

“Non osare dirmi cosa devo fare”, gridò Frank. “Io sono più grosso di te. Ho dimenticato più conoscenza di quella che hai dimenticato tu. Io merito quell’osso. Sono il più grosso e quello con più esperienza. Io merito quell’osso. Tu dovresti supportarmi ed assieme potremo guidare l’intera scatola!”

“No, No!” Gridò Susan. “Supporta me, Frank non ha ragione, Frank dice bugie. IO HO RAGIONE.”

“NO,” Urlò Frank, “IO HO RAGIONE. Come osi dire che non ho ragione io. So più cose di te, quindi devo essere nel giusto.”

La via fuori

“Hey, ragazzi.” Disse Eddie. “Se la smettete con questa sciocca litigata sull’osso potremo mettere assieme le nostre risorse ed uscire dalla scatola per prendere milioni di ossi se vogliamo.”

Frank e Susan si girarono a guardarla. Lui continuò, “Siamo responsabili compagni, la Responsabilità è il segreto per uscire da questa scatola. La Responsabilità è uno strumento utile. Può essere usata per maneggiare tali disaccordi. Hey, perché non vi prendete responsabilità per l’altro compagno? Lascia che l’altro abbia l’osso. Questa è un buona idea. Una volta qualcuno disse che, “Se vi trovate in una Jungla faccia a faccia con una tigre e non volete che la tigre vi mangi, semplicemente diventate la tigre!  Riprendiamo un po’ di controllo sulla situazione. Possiamo lavorare assieme. Poi potremo uscire da questa scatola, sicuramente è più importante?”

Frank e Susan guardavano fisso Eddie. Poi entrambi iniziarono a gridarle per ottenere il suo supporto perché loro avevano ragione e che l’altra persona non si meritava l’osso.

Di colpo Susan diede a Eddie una zampata, “Se non stai con me, allora sei contro di me!” dichiarò.

“Siete entrambi stupidi.” Disse Eddie ritirandosi. “Se dividete la responsabilità avrete molto più controllo su questo sciocco problema e continueremo a cercare una via d’uscita. A chi importa quello stupido osso!” Disse Eddie disperata.

Frank, con la sua potente zampa completamente estesa diede ad Eddie un tremendo colpo sul fianco, da cui fuoriuscì un fiotto di sangue. Eddie tremò ma tenne il terreno. “La nostra sola salvezza è uscire da questa scatola”. Dichiarò.

Frank ruggì a Eddie, “Tu non vuoi darmi il tuo appoggio? Sei una traditrice! Vattene dalla mia vista!”

Eddie decise che non serviva a nulla cercare di spiegare a Frank e Susan e, leccandosi le ferite, se né andò a sedere in un angolo, quello che stava ispezionando. “Se solo potessi trovare una debolezza, so che c’è. “ Spinse l’angolo con una zampa. Sembrò cedere leggermente.

In sottofondo, Eddie poteva sentire Frank e Susan mentre litigavano per l’osso, urlavano e si minacciavano l’uno con l’altra. Ben presto sarebbero giunti alle mani, combattendo per l’osso, pensò Eddie.

Il solo modo per uscire da questo guaio era di uscire dalla scatola, decise Eddie. Spinse ancora contro l’angolo. “Si, si è mossa ancora di più stavolta. Forse con un colpo ben centrato di tutti e tre potremmo farcela. Ma come faccio a metterli d’accordo?”

Una piccola scatola, un vasto universo.

L’Osservatore si allontana dalla scatola. La scatola sembra essere un piccola scatola sospesa nello spazio. Attorno alla scatola ci sono centinaia, migliaia di stelle multicolorate, nebulose e in distanza, si vedono ancora più galassie che brillano nel cielo stellato. Gli esseri stanno viaggiando da un posto all’altro. Si può sentire della musica, c’è in lontananza un rumore di risa. Stanno giocando giochi. La vita, a dirla breve, sta facendo festa. L’Osservatore si allontana ancora di più. L’Universo brulica di vita, vita che vive in pieno. Si iniziano a vedere altri universi  man mano che l’Osservatore indietreggia.

La scatola scompare rimpicciolendosi sempre più. L’Osservatore va via, va a giocare un gioco composto di pianeti e soli distanti.

6 commenti

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6 risposte a “La Tigre nella scatola

  1. Paolo F.

    E’ una parabola molto edificante. Il problema è che tendiamo ad identificarci con l’osservatore esterno o più probabilmente con la tigre Eddie. A nessuno viene in mente di poter essere una delle altre due tigri del racconto. Invece è un punto di vista che dovrebbe essere tenuto sempre presente.

  2. Paolo F.

    Il concetto detto prima è magnificamente raccontato da Carlos Castaneda nel capitolo “Dover credere” de L’Isola del Tonal (Tales of Power nell’edizione inglese). Ho trovato la parte più significativa su internet in un forum e quindi lo metto qui, anche se meriterebbe un articolo a parte:

    [Don Juan] Si riferiva alla storia che gli avevo raccontato un giorno: di una mia amica che aveva trovato due gattini mezzi morti nell’essiccatore di una lavanderia. Li aveva curati, e tra l’ottimo cibo e tutte le sue attenzioni erano diventati due enormi gatti, uno nero e uno rossiccio.

    Due anni dopo la mia amica vendette la casa. Non potendo condurre i gatti con sè e non essendo riuscita a trovargli altri padroni, si trovò costretta a portarli da un veterinario per farli uccidere.

    L’aiutai a prenderli. I gatti non erano mai stati in automobile; lei cercava di calmarli. La graffiarono e la morsero, specialmente il gatto rossiccio che si chiamava Max. Quando finalmente arrivammo dal veterinario, la mia amica prese per primo il gatto nero; tenendolo in braccio, e senza dire una parola, uscì dall’automobile. Il gatto giocava con lei: la toccò delicatamente con la zampa, quando lei aprì la porta a vetri dell’ambulatorio.

    Guardai Max; era accovacciato sul sedile posteriore. Il movimento della mia testa dovette spaventarlo, perchè andò a cacciarsi sotto il sedile del guidatore. Inclinai il sedile all’indietro. Non volevo prendermi un graffio o un morso infilando la mano là sotto. Il gatto era accucciato dentro una cavità sul fondo dell’automobile. Sembrava agitatissimo, col respiro affrettato. Mi guardava; i nostri occhi si incontrarono e si impadronì di me una sensazione opprimente. Qualcosa afferrò il mio corpo: una forma di apprensione, disperazione, o forse imbarazzo per dover svolgere quella parte.

    Sentii il bisogno di spiegare a Max che la decisione era della mia amica, e io stavo soltanto aiutandola. Il gatto continuò a fissarmi come se capisse le mie parole.

    Guardai se la mia amica stava arrivando. La vidi attraverso la porta a vetri. Parlava con l’uomo dell’accettazione. Provai una strana scossa e automaticamente aprii lo sportello.

    “Corri, Max, corri!” dissi al gatto.

    L’animale saltò fuori dall’automobile, si lanciò attraverso la strada con il corpo raso a terra, come un vero felino. Il lato opposto della strada era vuoto; non c’erano automobili parcheggiate, e potei vedere Max che correva giù per la via, lungo il rigagnolo. Raggiunse l’angolo di un grande viale, poi attraverso un tombino aperto si infilò nelle fogne.

    La mia amica tornò. Le dissi che Max era scappato. Lei entrò in macchina e partimmo senza dire una parola.

    Nei mesi che seguirono, quell’incidente divenne per me un simbolo. Mi immaginavo o forse avevo visto davvero un guizzo fatidico negli occhi di Max quando mi aveva guardato prima di saltare fuori dall’automobile. E credevo che per un attimo quell’animale vezzeggiato, castrato, troppo grasso, inutile, fosse divenuto un vero gatto.

    Dissi a don Juan d’essere convinto che quando Max era corso attraverso la strada e si era infilato nelle fogne, il suo “spirito gattesco” fosse senza macchia, e che forse mai nella sua vita la sua “gattità” fosse stata così evidente. L’impressione lasciata da quell’episodio era per me indimenticabile.

    Raccontai la storia a tutti i miei amici; dopo averla narrata e rinarrata, la mia identificazione con il gatto divenne quasi divertente.

    Pensavo di essere io stesso come Max, troppo compiaciuto, addomesticato in mille modi, e non potevo far a meno di credere che ci fosse sempre la possibilità di un momento in cui lo spirito dell’uomo si sarebbe impadronito di tutto il mio essere, così come la “gattità” s’era impadronita del corpo tronfio e inutile di Max.

    A don Juan era piaciuta la storia: aveva anche fatto qualche commento casuale. Aveva detto che non era troppo difficile far affluire e agire lo spirito dell’uomo; sopportarlo, però, era cosa possibile solo a un guerriero.

    “Cosa c’entra la storia dei gatti?” chiesi.

    “Mi avevate detto che credevate di poter cogliere anche voi la vostra occasione, come Max” rispose don Juan.

    “Lo credo, appunto.”

    “Quanto ho cercato di dirvi è che voi, da guerriero, non potete veramente crederlo e lasciare che le cose vadano. A proposito di Max, dover credere significa che accettate il fatto che la sua fuga possa essere stata un’iniziativa inutile. Può essere precipitato nelle fogne e morto all’istante. Può essere annegato o morto di fame; può essere stato divorato dai topi. Un guerriero considera tutte queste possibilità e poi sceglie di credere a seconda della sua più intima predilezione.

    “Da guerriero, voi dovete credere che Max non solo è scappato, ma ha sopportato il suo potere. Voi dovete crederlo. Se non lo credete, non possedete nulla.”

    La distinzione divenne chiarissima. Pensai che veramente avevo scelto di credere che Max fosse sopravvissuto, pur sapendo che era handicappato da una vita facile e viziata.

    “Credere è una cosa facile” aggiunse don Juan. “Dover credere è un pò diverso. In questo caso, per esempio, il potere vi ha dato una magnifica lezione, ma avete scelto di usarne solo una parte. Però, se dovete credere, bisogna che usiate tutto quell’episodio.”

    “Capisco cosa volete dire” risposi.

    La mia mente si trovava in uno stato di chiarezza e pensavo di afferrare i suoi concetti senza il minimo sforzo.

    “Temo che continuiate a non capire” disse don Juan, quasi in un sussurro.

    Mi fissò. Ressi il suo sguardo per un momento.

    “E l’altro gatto?” chiese.

    “Eh? L’altro gatto?” ripetei involontariamente.

    Me n’ero dimenticato. Il mio simbolo ruotava intorno a Max. Per me l’altro gatto non aveva importanza.

    “Però c’è!” esclamò don Juan, come se io avessi espresso quel pensiero. “Dover credere vuol dire che dovete considerare anche l’altro gatto. Quello che giocava e leccava le mani che lo portavano a morire. Quello era il gatto che andò alla sua morte fiducioso, soddisfatto del suo modo di giudicare, da gatto.

    “Voi pensate di essere come Max, quindi avete dimenticato l’altro gatto. Non ne sapete neppure il nome. Dover credere vuol dire che dovete considerare ogni cosa, e prima di decidere che siete come Max dovete considerare che potete essere come l’altro gatto; invece che correre per salvarvi la vita e cogliere anche voi la vostra occasione, può darsi che andiate tutto felice alla morte, soddisfatto del vostro modo di giudicare.”

  3. i puntini di Diogene...

    Già… Perchè l’Ottava Dinamica necessita di una Prima Dinamica?…

  4. Candido

    forse no… ma intanto….
    comunque l’ansia di rinnovare i post prima che qualcuno li possa commentare è notevole. Toglie giustamente al lettore e frequentatore del blog l’ansia di doversi confrontare con le sue idee…. fisse… mobili…. chi lo sa?

    • Candy Candy, capisco il tuo punto di vista, ma oggi e’ il Compleanno di LRH ed e’ stato fatto un lavoro incredibile da Qual per far si di verificare e tradurre epurando dalle varie giunte o usi scorretti di verbi la “famigerata” KSW1…..
      In alto a Dx sul Blog escono sempre gli ultimi 15 commenti e su che relativo post sono fatti, quindi un post di 1 mese fa che continua a produrre movimento di Tone Arm sarebbe sempre facilmente individuabile da questa funzione di WordPress.
      Dai su’ che oggi abbiamo 101 candeline da spegnere !

  5. Paolo F.

    Chissà come gradirà Ron da lassù vedendosi festeggiato da così tanti gruppi “l’un contro l’altro armati”. Si potrebbero mettere in evidenza i frutti di questo “lavoro incredibile”? A me sembra sempre la cara e vecchia KSW di sempre!

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